Makkah Agreement e il nuovo triangolo strategico

L'evoluzione del multipolarismo tra Golfo, Turchia e Pakistan e la sfida per l'India

Il triangolo strategico: origini, attori e geopolitica del Makkah Agreement

L’accordo di difesa firmato a La Mecca da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan segna una riorganizzazione profonda degli equilibri nello spazio che collega Medio Oriente, Golfo Persico e Asia meridionale. Non nasce un’alleanza rigida e integrata sul modello della NATO, perché le agende estere dei tre Paesi divergono troppo. L’intesa è piuttosto una piattaforma flessibile di cooperazione, con cui i tre Stati vogliono bilanciare le proprie esigenze di sicurezza, ampliare le opzioni di deterrenza e dipendere meno dai tradizionali garanti esterni. L’aspetto geopolitico più rilevante è la continuità spaziale che il patto crea: unisce il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, il Golfo e l’Oceano Indiano in un corridoio dove energia, infrastrutture e dimensione militare sono strettamente legate, tanto che un cambiamento in uno dei sub-teatri può avere subito conseguenze sugli altri.

L’accordo nasce dall’incontro pragmatico di tre agende di politica estera diverse. Per l’Arabia Saudita rientra nella diversificazione strategica della Saudi Vision 2030: Riad vuole superare l’idea di dipendere da un solo ombrello protettivo occidentale e costruire un’architettura multipolare.

La Turchia porta una forte capacità industriale e tecnologica in settori come droni, guerra elettronica, sistemi autonomi e cantieristica navale. Nel 2021-2025 è stata l’undicesimo esportatore mondiale di armi. Le esportazioni della difesa sono passate da circa 250 milioni di dollari nel 2002 a circa 10,05 miliardi nel 2025, con un tasso di localizzazione dell’80%. Sul piano navale è il secondo costruttore della NATO, con 39 navi da guerra in costruzione contemporaneamente.

Il Pakistan offre una grande massa di manovra militare, una posizione geografica di cerniera e il peso della deterrenza nucleare. Cerca di rafforzare la propria posizione internazionale per bilanciare la rivalità storica con l’India e gestire i rapporti complessi con Iran e Cina. Il suo è il quarto esercito attivo dell’Asia, con 660.000 effettivi (560.000 nell’esercito), 2.570 carri armati e 4.600 pezzi di artiglieria, oltre a una forza aerea con più di 420 velivoli da combattimento (F-16, J-10C, JF-17). Dispone di circa 170 testate nucleari, ed è l’unica potenza nucleare dell’intesa, con una capacità di deterrenza in fase di modernizzazione.

Impatto sull’India: profondità strategica, rischi tecnologici e dilemmi regionali

Per l’India l’intesa riguarda un’area che negli ultimi anni è diventata parte della sua profondità strategica. Nuova Delhi ha smesso di vedere il Golfo come semplice serbatoio energetico o fonte di rimesse della diaspora. Con Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita ha costruito una fitta rete di partenariati economici, tecnologici e di intelligence, arrivata fino ai negoziati per l’accordo di libero scambio con il GCC e al rilancio del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC).

La presenza del Pakistan in questo quadro non significa che Riad o Ankara si coinvolgano direttamente in un’eventuale disputa indo-pakistana. Introduce però un rischio concreto: un salto tecnologico e tattico per le forze di Islamabad, soprattutto in munizionamento guidato, sensoristica e guerra elettronica. L’Arabia Saudita incarna così un paradosso evidente, perché è insieme partner di sicurezza del Pakistan e interlocutore economico indispensabile per l’India, in una dinamica di multi-allineamento transazionale.

L’effetto si estende alle catene di approvvigionamento della difesa e al dominio marittimo. Con il know-how turco e i capitali sauditi, il Pakistan potrebbe liberarsi in parte dalla dipendenza quasi esclusiva dalle forniture cinesi. Questo preoccupa la Marina indiana, perché la cooperazione navale nel Mar Arabico potrebbe rafforzare il controllo sui chokepoint di Hormuz e Bab el-Mandeb e rendere ancora più urgente per Nuova Delhi la protezione delle rotte commerciali nell’Oceano Indiano settentrionale.

L’Iran resta un fattore critico. Il porto di Chabahar, con scambi commerciali per circa 1,1453 miliardi di dollari, è l’hub fondamentale per la connettività indiana verso Afghanistan e Asia centrale, e un Makkah Agreement che prendesse una piega anti-iraniana ridurrebbe i margini di manovra dell’India. Allo stesso tempo, la maggiore coesione del blocco Riyadh-Ankara-Islamabad potrebbe spingere gli Emirati, rivali economici di Riyadh, a rafforzare il partenariato con Nuova Delhi e con i Paesi occidentali, accentuando la frammentazione della sicurezza regionale.

Conclusioni: il nuovo multipolarismo e l’autonomia strategica

Il Makkah Joint Defence Agreement, firmato il 7 agosto 2026, mostra bene il superamento dei blocchi rigidi e l’affermarsi di un ordine multipolare e fluido nei teatri di raccordo euro-asiatici. Va però letto per quello che è. Non crea una struttura di comando integrata e non nomina un nemico comune: Ankara ha tenuto a precisare che il patto è difensivo e non designa alcun avversario. Il suo valore sta altrove, nel segnale di deterrenza collettiva che lancia e nei meccanismi di coordinamento politico e militare che i tre Paesi hanno annunciato di voler costruire. Più che un’alleanza, è una cornice che si può riempire in modi diversi, a seconda di come evolveranno le crisi regionali.

La sua origine aiuta a capirlo. L’intesa estende al terzo firmatario la formula già adottata da Riad e Islamabad nel settembre 2025, per cui un’aggressione contro uno è un’aggressione contro tutti. Nasce in un contesto di guerra aperta tra Stati Uniti e Iran e di attacchi houthi, e questo spiega la fretta. Spiega anche perché le potenze medie e regionali preferiscano ormai reti difensive flessibili e modulari, che permettano di tutelare i propri interessi senza liberarsi del tutto dei vecchi garanti. Americani e cinesi restano partner indispensabili, per forniture, finanza e tecnologia. Quello che i tre cercano è margine di manovra, non una rottura.

La flessibilità ha un prezzo. Un patto che lascia ai firmatari ampia discrezionalità sul modo di rispondere è credibile soprattutto finché non viene messo alla prova. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno rapporti diversi con Washington, con Pechino e con Teheran, e non è detto che leggano allo stesso modo una crisi nel Golfo, nel Mar Rosso o sul confine indo-pakistano. Per chi osserva da fuori, la domanda non è tanto se l’accordo funzionerebbe in caso di attacco, ma quanto pesi nei calcoli degli avversari prima che un attacco avvenga. Su questo piano la presenza di un Paese dotato di armi nucleari, come il Pakistan, e di un’industria della difesa in forte espansione, come quella turca, dà al patto più sostanza di quanta ne avrebbe una semplice dichiarazione politica.

Per l’India questo nuovo triangolo non è una minaccia militare diretta e immediata, ma obbliga a rivedere a fondo la propria dottrina di proiezione nell’Oceano Indiano e nel Golfo. Il rischio concreto non è un coinvolgimento di Riad o Ankara in un conflitto con Nuova Delhi, che oggi appare improbabile. È piuttosto un’erosione graduale: un Pakistan che accede più facilmente a tecnologie turche e a capitali sauditi dipende un po’ meno dalla Cina e guadagna capacità in settori sensibili come munizionamento guidato, sensori e guerra elettronica. Sono cambiamenti lenti, che non fanno notizia, ma che nel tempo modificano gli equilibri.

Nuova Delhi potrà difendere la propria autonomia strategica solo se saprà tenere insieme il rafforzamento delle capacità militari e navali e una diplomazia molto abile. Sul piano militare, la priorità è la sicurezza delle rotte nell’Oceano Indiano settentrionale e la capacità di seguire quello che accade intorno a Hormuz e a Bab el-Mandeb. Sul piano diplomatico, l’India ha alcune carte da giocare. Dovrà sfruttare le faglie competitive tra gli Stati arabi: gli Emirati, rivali economici di Riad, hanno ogni interesse a rafforzare il rapporto con Nuova Delhi, e la stessa Riad ha di che perdere se le relazioni economiche con l’India si raffreddassero. L’Arabia Saudita, del resto, è insieme partner di sicurezza del Pakistan e interlocutore economico indispensabile per l’India, e questa ambiguità lascia uno spazio che Nuova Delhi può usare.

Un nodo delicato resta l’Iran. Nuova Delhi ha bisogno di tenere aperti i canali con Teheran, perché è da lì che passano le sue ambizioni di connettività verso Afghanistan e Asia centrale. Chabahar è il simbolo di questa scommessa, ma la sua traiettoria è oggi incerta: l’India ha completato il proprio impegno finanziario senza prevedere nuovi stanziamenti per il 2026-27, e le sanzioni americane pesano sul futuro del progetto. Se il Makkah Agreement dovesse prendere una piega anti-iraniana, l’India si troverebbe stretta tra due esigenze difficili da conciliare: non allontanare i partner del Golfo e non perdere l’unica porta marittima che aggira il Pakistan.

Ne esce un quadro in cui l’autonomia strategica non è una posizione da conquistare una volta per tutte, ma un equilibrio da rinnovare di continuo. La sfida per l’India è approfondire i rapporti economici e infrastrutturali con le monarchie del Golfo, comprese le intese commerciali e il corridoio IMEC, senza farsi escludere dai nuovi equilibri della difesa regionale. Per chi guarda il Mediterraneo allargato dall’Europa, la lezione è simile: le architetture di sicurezza che contano si stanno formando anche fuori dai tradizionali tavoli euro-atlantici, e capirne la logica diventa una condizione per non subirle.

Fonti

SIPRI 2026 per il posizionamento (11° esportatore mondiale, quota dallo 0,9% all’1,8%, +122%); Anadolu/SSB 2026 per l’export 2025 (10,05 mld) e il dato 2002 (248 mln); Kacır 2026 per il tasso di localizzazione (>80%); Tatlıoğlu 2026 per le 41 navi da guerra in costruzione simultanea.

 IISS – The Military Balance 2026 – dati citati in Reuters, “What is Pakistan military’s strength and capability?”, 17 luglio 2026; SIPRI Yearbook 2026, Stoccolma, giugno 2026.

Ministry of External Affairs, Government of India, Kochi Dialogue 2025, 17 gennaio 2025 (dichiarazione del Ministro di Stato Kirti Vardhan Singh); Rhea Abraham, “India–UAE defence partnership navigates a divided West Asia”, East Asia Forum, 8 settembre 2026; “Why PM Modi’s UAE visit signals a new strategic axis in the Middle East”, The Week, 16 maggio 2026.

Gulf Cooperation Council Secretariat General, HE GCCSG: Launch of Free Trade Agreement Negotiations Between the GCC and India, 24 febbraio 2026; Ministry of Commerce & Industry, Government of India, India and Gulf Cooperation Council Sign Joint Statement on the India–GCC Free Trade Agreement, 24 febbraio 2026.

Government of India, Ministry of Commerce & Industry, Lok Sabha Unstarred Question No. 1750, 10 febbraio 2026; Islamic Republic of Iran, Ministry of Roads and Urban Development, gennaio 2026 (volume di transito +86%).

L’autore

Erica Saccone

È una giurista con formazione in Relazioni Internazionali e un percorso professionale sviluppato tra ambito legale, analisi geopolitica e contesti internazionali. Attualmente opera in ambito Legal & Regulatory, occupandosi di compliance normativa internazionale, analisi giuridica, supporto decisionale e gestione di attività pre-litigation. Ha maturato esperienza nell’analisi geopolitica e strategica attraverso la collaborazione con Analytica e nell’ambito giudiziario presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord. Il suo percorso integra la prospettiva giuridica con quella geopolitica, con particolare interesse per la sicurezza internazionale, i diritti umani e l’analisi degli scenari globali.

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