La guerra dell’acqua

India-Pakistan e trasformazione delle risorse idriche in strumenti di deterrenza

In passato, la gestione dei fiumi condivisi tra India e Pakistan era considerata una questione strettamente tecnica, affidata a burocrati e ingegneri. Oggi non è più così: l’acqua è diventata una vera e propria arma geopolitica e uno strumento di deterrenza. Poiché l’India controlla i corsi d’acqua a monte e il Pakistan dipende vitalmente da essi a valle, la portata dei fiumi incide direttamente sulla sicurezza alimentare, energetica e militare di entrambe le nazioni. Di conseguenza, il controllo delle risorse idriche è entrato a far parte delle strategie di pressione politica, trasformando una risorsa naturale in uno dei punti più caldi della rivalità tra i due Paesi.

Per oltre sessant’anni, l’Indus Waters Treaty (IWT) del 1960 ha costituito uno dei più longevi meccanismi di gestione delle risorse idriche condivise. La sua capacità di resistenza durante le guerre indo-pakistane e nelle successive fasi di crisi bilaterale ha conferito al Trattato una funzione eccedente la semplice ripartizione delle acque, trasformandolo in un importante dispositivo di stabilizzazione regionale. Tuttavia, la progressiva deteriorazione delle relazioni tra Nuova Delhi e Islamabad, ha modificato il valore strategico attribuito all’accordo; la combinazione tra crescita della domanda idrica, vulnerabilità climatica, pressione demografica e irrigidimento delle rispettive posture di sicurezza ha progressivamente trasformato il controllo delle risorse idriche in una componente della competizione interstatale.

La posizione geografica dell’India, quale principale Stato rivierasco a monte del sistema dell’Indo, le conferisce una leva strutturale che non coincide necessariamente con la capacità di interrompere arbitrariamente i flussi. L’IWT attribuisce al Pakistan l’uso delle acque dei fiumi occidentali — Indo, Jhelum e Chenab — consentendo tuttavia all’India specifici utilizzi, inclusi quelli idroelettrici, entro parametri tecnici definiti dal Trattato. Tali parametri sono attualmente oggetto di pesanti controversie1 che evidenziano il nodo strategico a monte della questione idrica che non è bloccare l’accesso all’acqua, ma la possibilità per l’India di regolarne i flussi nel tempo, aumentando così la vulnerabilità del Pakistan.

La vulnerabilità del Pakistan nasce soprattutto dalla sua profonda dipendenza dal sistema irriguo dell’Indo, che alimenta oltre l’80% dell’agricoltura nazionale e sostiene colture strategiche come grano, riso, cotone e canna da zucchero. Per questo motivo, anche una minima alterazione nei tempi, nella quantità o nella prevedibilità dei flussi d’acqua può trasformarsi in una minaccia di peso strategico sproporzionato rispetto al suo reale impatto idrologico immediato. La percezione della vulnerabilità, in questo contesto, diventa essa stessa una variabile della deterrenza. In geopolitica, la deterrenza non si basa soltanto sulla forza militare effettiva o sulla capacità reale di distruggere l’avversario, ma anche e soprattutto sulla percezione che quest’ultimo ha della propria debolezza. 

Nel contesto tra India e Pakistan, la vulnerabilità idrica trascende il semplice dato geografico per trasformarsi in una potente leva strategica e psicologica. Poiché l’intera sopravvivenza agricola ed economica del Pakistan dipende dal bacino dell’Indo, la sola consapevolezza che l’India si trovi geograficamente a monte genera a Islamabad uno stato di ansia strategica permanente. In questo scenario, l’India non ha bisogno di provocare una vera catastrofe idrica per esercitare una pressione diretta; le basta mantenere la capacità potenziale di condizionare i flussi per influenzare i calcoli e le mosse del rivale. La percezione del rischio diventa così un moltiplicatore di potenza: la paura costante di subire un danno esistenziale sul piano idrico e alimentare costringe il Pakistan a mantenere una postura difensiva e logorante, condizionando la sua diplomazia e la sua politica di sicurezza a prescindere dal fatto che l’India attui o meno la minaccia.

La questione dell’acqua tra India e Pakistan ha compiuto un salto di qualità geopolitico, uscendo dai confini bilaterali ed entrando a pieno titolo nell’arena diplomatica multilaterale delle Nazioni Unite.

Tra il 2025 e il 2026, Islamabad ha scelto di internazionalizzare lo scontro, portando ripetutamente il dossier all’attenzione dell’ONU per denunciare quella che definisce una vera e propria “militarizzazione dell’acqua” (weaponization of water).Al centro delle proteste pakistane c’è la mossa di Nuova Delhi di considerare il Trattato delle Acque dell’Indo (IWT) in stato di sospensione o inoperatività (in abeyance), una decisione che il Pakistan giudica non solo illegittima, ma tale da mettere a repentaglio la stabilità e la sicurezza dell’intera regione dell’Asia meridionale.

In una lettera formale trasmessa al Consiglio di Sicurezza nell’aprile del 2026, Islamabad ha ribadito un punto cardine della propria strategia legale e diplomatica: l’IWT resta pienamente in vigore e giuridicamente vincolante per entrambe le parti, poiché il testo originario non prevede alcuna clausola che autorizzi una sospensione unilaterale. Attraverso questa pressione diplomatica, il Pakistan cerca di mobilitare la comunità internazionale per costringere l’India a rispettare gli accordi storici, trasformando una disputa tecnica sui fiumi in una questione di rispetto del diritto internazionale.

Dal punto di vista analitico, tali dichiarazioni devono essere interpretate innanzitutto come segnali strategici. Islamabad sta collocando la sicurezza idrica all’interno dello stesso spazio politico-discorsivo in cui si tratta di sovranità, sicurezza nazionale e pace regionale. L’obiettivo è garantire uno spazio comunicativo di difesa strategica in cui aumentare il costo internazionale di eventuali ulteriori misure indiane, trasformando la questione dell’acqua da controversia bilaterale a problema di sicurezza regionale. Il riferimento pakistano alla “weaponization” o militarizzazione dell’acqua assume la duplice funzione diplomatica e di deterrenza nei confronti di Nuova Delhi.

Sul fronte opposto, l’India legge la contesa idrica attraverso una logica di sicurezza nazionale strettamente intrecciata alla lotta al terrorismo transfrontaliero. Per Nuova Delhi, la cooperazione internazionale e il rispetto dei trattati non avvengono nel vuoto: la fiducia necessaria per condividere una risorsa vitale come l’acqua non può prescindere dalla cessazione delle minacce alla propria sicurezza. Sostenendo questa linea anche nelle sedi multilaterali, l’India ha legato a doppio filo il dossier idrico alle accuse rivolte a Islamabad di sostenere gruppi armati attivi nel Kashmir e sul territorio indiano.

Questa contrapposizione ha innescato un processo di securitizzazione reciproca, in cui ogni canale di confronto viene assimilato alla competizione strategica. L’acqua non è più un tema isolato di gestione ambientale o idrologica, ma un tassello di un unico mosaico conflittuale che comprende la sovranità sul Kashmir, la deterrenza militare e il contrasto al terrorismo. Integrandosi in un’unica equazione di sicurezza nazionale, la gestione dei fiumi si trasforma così in un terreno di scontro a somma zero, dove ogni concessione tecnica viene percepita come un cedimento strategico all’avversario.

Il risultato è il progressivo superamento della tradizionale separazione tra water management e security policy. La risorsa idrica diventa infatti una componente della capacità coercitiva complessiva degli Stati, la semplice disponibilità di infrastrutture di controllo a monte, combinata con l’incertezza sulla continuità dei meccanismi istituzionali di cooperazione, può produrre effetti sulla pianificazione militare, sulla sicurezza alimentare, sulla gestione delle crisi e sulle aspettative degli attori politici.

A questa dimensione bilaterale si sovrappone ulteriormente quella cinese. A sua volta, la Cina occupa una posizione di Stato rivierasco a monte rispetto a importanti sistemi idrografici che interessano l’India, tra cui il fiume Brahmaputra (Yarlung Tsangpo), sul quale ha avviato nel luglio 2025 un progetto idroelettrico a 5 centrali a cascata con un investimento di 1.200 miliardi di yuan (circa 165 miliardi di dollari) e una potenza stimata di 6.000-7.000 MW, circa tre volte le Tre Gole. Mentre la complessità idrografica dell’altopiano tibetano introduce una seconda dimensione nella sicurezza delle acque dell’Asia meridionale: la regione alimenta 10 grandi fiumi asiatici da cui dipendono quasi 2 miliardi di persone, e studi recenti (Nature Geoscience, 2026) mostrano che il trasporto di sedimenti grossolani nei fiumi himalayani è gravemente sotto-monitorato, rendendo gli impatti reali di tali infrastrutture intrinsecamente incerti.

Il problema della gestione idrica supera quindi i soli confini del confronto bilaterale tra India e Pakistan. La questione si trasforma in una complessa rete di potere multilivello legate all’acqua, in cui ogni grande opera o diga realizzata da uno Stato a monte altera l’equilibrio strategico, aumentando la percezione di insicurezza e vulnerabilità delle nazioni situate a valle.

L’elemento di maggiore interesse strategico risiede quindi nella formazione di una catena di dipendenze idriche verticali lungo l’arco himalayano dove Pakistan e India condividono una relazione di dipendenza asimmetrica rispetto ai fiumi dell’Indo; l’India, a sua volta, è esposta alle decisioni infrastrutturali cinesi sui grandi sistemi fluviali provenienti dal Tibet. Da cui si denota una struttura in cui la vulnerabilità di uno stato viene amplificata in maniera indiretta dalle decisioni di un attore per il quale l’acqua è infrastruttura strategica e variabile di potere, e che costituisce capacità dual use: in grado di perseguire finalità energetiche e di sviluppo, che producono contemporaneamente effetti sulla sicurezza nazionale degli Stati a valle.

La competizione per l’acqua nell’Asia meridionale non nasce semplicemente dalla scarsità della risorsa in sé. Il vero elemento decisivo è l’intreccio tra quattro fattori: la posizione geografica a monte o a valle, le grandi infrastrutture di controllo sui fiumi, la fragile economia dei Paesi coinvolti e la totale mancanza di fiducia reciproca. In questo contesto,anche la sola capacità tecnica di alterare la quantità o la regolarità dei flussi d’acqua assume un enorme valore geopolitico.

Il bacino dell’Indo diventa così un terreno di scontro strategico che opera al di sotto della soglia della guerra aperta. La sua importanza sta nel fatto che l’acqua non è più solo una risorsa naturale, ma viene integrata nelle strategie di pressione politica, invio di segnali di avvertimento (signalling) e deterrenza. È proprio questa trasformazione — molto più della semplice carenza d’acqua — a rendere il sistema tra India e Pakistan un chiaro esempio di come clima, infrastrutture critiche e competizione geopolitica siano ormai inseparabili.

Conclusioni

La progressiva trasformazione della risorsa idrica da ambito di cooperazione tecnica a variabile della competizione strategica rappresenta uno degli sviluppi più critici per la sicurezza dell’Asia meridionale. Il costante deterioramento dei rapporti tra India e Pakistan sta erodendo il presupposto fondante della diplomazia idrica tradizionale: l’idea di poter separare la gestione idrologica dalle rivalità politiche e militari.

La vera sfida per la stabilità regionale consiste nel ripristinare e difendere questa separazione. Oggi l’acqua non viene utilizzata come un’arma nel senso convenzionale del termine, ma il suo inserimento nelle dottrine di sicurezza e di deterrenza ne ha alterato radicalmente il valore strategico. Trasformare il controllo dei fiumi in uno strumento di pressione politica o di segnalamento strategico (signalling) innesca dinamiche estremamente pericolose. In un contesto già teso,qualsiasi incidente infrastrutturale, controversia ingegneristica o crisi ambientale rischia di non essere gestito come un problema tecnico, ma di essere interpretato attraverso una lente bellica, aumentando l’innesco di escalation incontrollabili.

In questo quadro, la tenuta del Trattato delle Acque dell’Indo (IWT) rimane un pilastro giuridico imprescindibile, ma da sola non è più sufficiente. L’IWT nasce in un’epoca antecedente al cambiamento climatico e alle moderne esigenze energetiche; per questo, fare affidamento unicamente sui suoi parametri tecnici rischia di rivelarsi miope se manca la volontà politica di cooperare. Gli Stati coinvolti devono compiere una scelta strategica fondamentale: considerare l’acqua come un moltiplicatore di stabilità cooperativa anziché come un’infrastruttura di pressione geopolitica.

Le conseguenze di questo snodo superano di gran lunga i confini dell’Asia meridionale. L’Oceano Indiano e il subcontinente asiatico sono strettamente interconnessi con le direttrici commerciali, energetiche e geopolitiche che collegano il Golfo Persico, il Mar Rosso e il Mediterraneo allargato. Un’instabilità prolungata o un conflitto scatenato dalla gestione idrica in una regione che ospita oltre 1,8 miliardi di persone e due potenze nucleari produrrebbe onde d’urto immediate sui mercati globali, sulle rotte marittime e sui flussi migratori. Preservare la stabilità del bacino dell’Indo non è quindi una mera questione bilaterale, ma un interesse strategico primario per la sicurezza dell’intero ordine internazionale.

Fonti

The Indus Waters Treaty 1960 (with annexes) – United Nations Treaty Series, Vol. 419, No. 6032 (1962)

The Indus Waters Treaty 1960 between the Government of India, the Government of Pakistan and the International Bank for Reconstruction and Development – United Nations, New York (UNTS Volume 419, Registration No. 6032)

1 È proprio nello spazio interpretativo dell’Articolo III dell’IWT che si collocano le controversie sui progetti di Kishenganga (330 MW) e Ratle (850 MW). Il primo, situato sull’affluente Jhelum, ha visto la Corte d’Arbitrato stabilire nel 2013 che il diritto dell’India al dirottamento non è assoluto, imponendo un flusso minimo a tutela degli usi pakistani a valle. Il secondo, sul Chenab, è tuttora pendente davanti al Neutral Expert. In entrambi i casi, la posta in gioco è la stessa: se i vincoli tecnici dell’Annesso D siano limiti sostanziali di progettazione o mere formalità compensabili in fase operativa.

IWT lifeline of Pakistan’s agriculture – Associated Press of Pakistan; 22 febbraio 2026

W. Lei – China’s Yarlung Zangbo hydropower project won’t hurt India – The Indian Express; 23 gennaio 2025

Z. Chen, D. Rickenmann, A. Badoux, S. He, X. Lu – Overlooked bedload transport in Himalayan rivers threatens regional security – Nature Geoscience, Vol. 19, No. 3, pp. 232–235; 2026. DOI: 10.1038/s41561-026-01927-0

L’autore

Erica Saccone

È una giurista con formazione in Relazioni Internazionali e un percorso professionale sviluppato tra ambito legale, analisi geopolitica e contesti internazionali. Attualmente opera in ambito Legal & Regulatory, occupandosi di compliance normativa internazionale, analisi giuridica, supporto decisionale e gestione di attività pre-litigation. Ha maturato esperienza nell’analisi geopolitica e strategica attraverso la collaborazione con Analytica e nell’ambito giudiziario presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord. Il suo percorso integra la prospettiva giuridica con quella geopolitica, con particolare interesse per la sicurezza internazionale, i diritti umani e l’analisi degli scenari globali.

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