Dalla minaccia di rappresaglia alla negazione del successo strategico.
L’intervento del generale Alexus G. Grynkewich al Warsaw Security Forum del 12 ottobre 2026 segna un passaggio significativo nella comunicazione strategica della NATO. Presentando la propria Theory of Victory, il Comandante supremo alleato in Europa ha delineato un approccio fondato sulla capacità dell’Alleanza di impedire un’aggressione, arrestarne lo sviluppo e, qualora necessario, neutralizzare il sistema militare che la sostiene. Il principio dichiarato è che qualsiasi attacco contro un Paese alleato debba risultare inefficace, ovvero del tutto vano rispetto agli obiettivi perseguiti dall’aggressore. Grynkewich ha sintetizzato questa impostazione attraverso tre verbi: block, blunt, break, rispettivamente bloccare l’attacco iniziale, arrestarne l’avanzata e sconfiggere le forze e il sistema operativo che ne consentono la prosecuzione.
La rilevanza strategica di questa impostazione risiede nel rapporto tra deterrenza e risultato militare. La deterrenza tradizionale, nella sua dimensione punitiva, cerca di influenzare il calcolo avversario prospettando costi inaccettabili in caso di aggressione. La deterrenza per negazione, invece, interviene sulla probabilità che l’aggressore riesca a conseguire il risultato desiderato: conquista territoriale, paralisi delle capacità difensive, disgregazione della risposta alleata o imposizione di un fatto compiuto. Le due dimensioni non sono alternative. La minaccia di una risposta credibile mantiene la propria rilevanza, ma diventa più efficace quando è accompagnata da capacità operative in grado di rendere improbabile il successo dell’azione ostile.
La Theory of Victory di Grynkewich deve essere interpretata in questa prospettiva. Non si tratta semplicemente di promettere una risposta più intensa, bensì di comunicare che l’Alleanza dispone di una sequenza operativa coerente per impedire all’avversario di trasformare un vantaggio iniziale in un risultato strategico. La distinzione è fondamentale: uno Stato può possedere una superiorità militare complessiva e, al tempo stesso, risultare vulnerabile a un’operazione limitata, rapida e politicamente calibrata, qualora non sia in grado di reagire prima che l’avversario consolidi il proprio vantaggio.
Il messaggio del SACEUR affronta dunque un problema strutturale della sicurezza euro-atlantica: la necessità di trasformare le capacità militari disponibili in una certezza sufficientemente credibile di reazione. La deterrenza non dipende soltanto dall’esistenza di forze, armamenti e piani, ma dalla convinzione avversaria che tali risorse possano essere impiegate tempestivamente, in modo coordinato e con effetti coerenti con gli obiettivi dichiarati. In assenza di questa corrispondenza tra capacità, volontà politica e preparazione operativa, anche una considerevole superiorità materiale può perdere parte del proprio valore deterrente.
La guerra ibrida come strumento di erosione della deterrenza
La principale difficoltà del modello deterrente contemporaneo emerge quando l’azione ostile non assume la forma di un attacco militare convenzionale chiaramente identificabile. Sabotaggi, operazioni informatiche, interferenze elettorali, campagne di disinformazione, coercizione economica e attività clandestine contro infrastrutture critiche consentono di esercitare pressione su uno Stato mantenendo ambigua la natura dell’azione, incerta l’attribuzione della responsabilità e controversa la proporzionalità della risposta.
In questo contesto, l’obiettivo dell’avversario può non essere la distruzione fisica di una capacità militare, ma la progressiva riduzione della libertà decisionale del bersaglio. L’azione ibrida mira a generare costi politici, economici e sociali, sfruttando le difficoltà delle istituzioni nel distinguere un incidente da un’operazione ostile, un evento criminale da un atto riconducibile a un attore statale, oppure una crisi locale da una componente di una campagna strategica più ampia.
Le dichiarazioni emerse durante il Warsaw Security Forum evidenziano precisamente questa tensione. Mentre Grynkewich ha posto l’accento sulla capacità della NATO di bloccare e sconfiggere un attacco militare, altri interventi al Forum hanno richiamato l’attenzione sulle azioni ostili al di sotto della soglia che potrebbe determinare l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. Il problema non consiste soltanto nel disporre di una risposta adeguata, ma nell’individuare quando un insieme di episodi apparentemente distinti debba essere interpretato come una campagna coordinata volta a indebolire la coesione dell’Alleanza.
È in questo spazio che la deterrenza incontra il proprio limite più significativo. Un avversario può ritenere conveniente condurre operazioni il cui costo materiale sia contenuto, ma i cui effetti cumulativi risultino politicamente rilevanti. Un sabotaggio isolato difficilmente modifica gli equilibri strategici; una successione di incidenti che comprometta la fiducia nelle istituzioni, aumenti i costi della sicurezza e alimenti divergenze tra alleati può produrre un risultato molto più significativo.
La strategia ibrida, pertanto, non deve necessariamente prevalere sul campo di battaglia. Può perseguire un obiettivo precedente: impedire che il potenziale militare della controparte si traduca in una volontà politica sufficientemente coesa da essere impiegata. L’effetto ricercato può consistere nella paralisi decisionale, nell’esitazione, nella frammentazione delle valutazioni nazionali o nella progressiva accettazione di comportamenti coercitivi come una condizione ordinaria della competizione internazionale.
Ne deriva che una deterrenza esclusivamente militare, pur indispensabile, non è sufficiente a contrastare tutte le modalità attraverso cui un avversario può perseguire i propri obiettivi. La disponibilità di forze convenzionali credibili non elimina automaticamente la vulnerabilità di reti energetiche, sistemi di comunicazione, infrastrutture logistiche, processi amministrativi o catene decisionali. La superiorità militare e la resilienza strategica sono dimensioni complementari, ma non sovrapponibili.
La prima consente di contrastare un’aggressione attraverso l’impiego della forza; la seconda impedisce che azioni limitate, ripetute o difficilmente attribuibili producano effetti strategici sproporzionati rispetto alle risorse impiegate dall’attaccante.
La deterrenza nello scenario ibrido deve quindi estendersi dalla protezione delle singole infrastrutture alla salvaguardia delle funzioni che esse rendono possibili. Un impianto energetico, una rete ferroviaria o un nodo di telecomunicazioni non costituiscono soltanto beni materiali: sono componenti di sistemi interdipendenti la cui compromissione può degradare la mobilità militare, la continuità economica, la capacità di comando e controllo e la fiducia pubblica. Il problema strategico non è soltanto impedire che un’infrastruttura venga colpita, ma evitare che la sua indisponibilità produca un effetto politico o operativo sfruttabile dall’avversario.
Verso una deterrenza multidominio, resiliente e politicamente credibile.
La Theory of Victory offre un riferimento utile per comprendere l’evoluzione della deterrenza, ma la sua efficacia nello scenario ibrido dipende dalla capacità di estenderne la logica oltre il confronto convenzionale. L’approccio block, blunt, break presuppone che la risposta alleata non si limiti a reagire all’attacco iniziale, ma agisca sulle condizioni che ne consentono la prosecuzione. Applicato alla competizione ibrida, questo principio suggerisce di intervenire non soltanto contro l’evento ostile, ma anche sulle dipendenze, sulle vulnerabilità e sulle opportunità che ne rendono possibile la ripetizione.
Il primo requisito è la capacità di rilevamento e attribuzione. Una deterrenza efficace richiede che l’avversario non possa contare sistematicamente sull’anonimato operativo o sulla difficoltà di ricostruire la natura di un’azione. La fusione delle informazioni provenienti da intelligence, forze armate, autorità di sicurezza, gestori delle infrastrutture e partner internazionali è quindi una componente essenziale della postura deterrente. L’attribuzione pubblica, quando sostenuta da evidenze sufficienti, può contribuire a ridurre lo spazio di negazione plausibile e ad aumentare i costi diplomatici e reputazionali dell’operazione. Non deve tuttavia essere confusa con una risposta automatica: attribuzione, valutazione dell’intento e decisione sulle contromisure restano passaggi distinti.
Il secondo requisito è la capacità di negare all’avversario il risultato funzionale dell’azione. Ciò richiede sistemi ridondanti, capacità di ripristino, continuità operativa, diversificazione delle dipendenze e procedure di comando capaci di funzionare anche in condizioni di degradazione. Una rete resiliente non è necessariamente una rete impossibile da colpire; è una rete nella quale il danno non si traduce automaticamente nell’interruzione prolungata della funzione strategica. In termini di deterrenza, questa distinzione modifica il calcolo costi-benefici dell’attaccante: se l’effetto ottenibile è limitato nel tempo e nello spazio, l’operazione può perdere gran parte del proprio valore coercitivo.
Il terzo requisito riguarda l’integrazione multidominio. La postura militare deve collegare capacità terrestri, navali e aeree con strumenti spaziali, cibernetici, informativi e tecnologici, mantenendo una relazione funzionale con gli strumenti civili di sicurezza. Nel proprio intervento, Grynkewich ha indicato l’importanza di capacità di precisione a lungo raggio, reti di sensori, sistemi autonomi e infrastrutture digitali per le operazioni militari. La direzione è quella di una forza capace di acquisire informazioni, decidere e intervenire attraverso domini differenti, riducendo le possibilità dell’avversario di sfruttare le discontinuità tra sistemi e catene di comando.
L’integrazione multidominio, tuttavia, non deve essere intesa come una semplice somma di tecnologie. Il vantaggio strategico deriva dalla capacità di trasformare informazioni distribuite in decisioni tempestive e in effetti operativi coerenti. Un sistema dotato di sensori avanzati, algoritmi di supporto decisionale e capacità di attacco di precisione può risultare inefficace se i dati non sono condivisi, le responsabilità decisionali sono ambigue o le procedure rallentano l’intervento. L’innovazione tecnologica produce deterrenza soltanto quando si traduce in una capacità operativa dimostrabile e sostenibile.
Il quarto requisito è la credibilità politica. Una risposta militarmente possibile non è necessariamente una risposta politicamente automatica. Gli avversari possono sfruttare proprio questa distinzione, progettando azioni che mettano alla prova la volontà di reagire senza provocare un attacco convenzionale inequivocabile. La deterrenza richiede pertanto una comunicazione strategica coerente, una condivisione delle valutazioni tra alleati e procedure decisionali che riducano il rischio di paralisi durante una crisi. L’apertura dei canali di comunicazione, richiamata da Grynkewich, contribuisce inoltre a contenere gli errori di calcolo e a distinguere la preparazione difensiva dall’intenzione offensiva. La chiarezza delle intenzioni e la prontezza militare non sono elementi contraddittori: costituiscono, insieme, una condizione per prevenire il conflitto.
Resta infine la dimensione industriale e sociale della deterrenza. La capacità di sostenere operazioni prolungate, rimpiazzare sistemi, garantire munizionamento, proteggere le catene di approvvigionamento e mantenere attive le infrastrutture essenziali influenza direttamente la valutazione avversaria sulla sostenibilità di un confronto. Analogamente, la resilienza della popolazione e delle istituzioni limita la possibilità che pressioni ripetute producano un cedimento politico prima ancora di un confronto militare decisivo.
La deterrenza non può quindi essere misurata soltanto attraverso il numero di piattaforme disponibili o la sofisticazione degli armamenti. Deve essere valutata anche in base alla capacità di assorbire i costi di una crisi, mantenere la continuità delle funzioni strategiche e impedire che l’avversario trasformi un vantaggio tattico in una concessione politica.
Conclusioni
L’intervento di Grynkewich al Warsaw Security Forum offre una formulazione operativa di un principio centrale della deterrenza contemporanea: l’aggressore deve essere convinto non soltanto che un attacco provocherà una risposta, ma che non gli consentirà di conseguire il risultato per cui è stato pianificato. La Theory of Victory traduce questo principio in una sequenza militare riconoscibile, fondata sulla capacità di bloccare l’offensiva, impedirne la prosecuzione e neutralizzare il sistema che la sostiene.
La competizione ibrida, tuttavia, estende il problema oltre il campo di battaglia. Quando l’avversario opera attraverso sabotaggi, attacchi informatici, coercizione economica e pressione informativa, il risultato strategico può essere perseguito senza occupare territorio e senza provocare una risposta militare immediata. In tali condizioni, la deterrenza deve proteggere non soltanto lo spazio territoriale, ma anche la continuità delle funzioni essenziali, la libertà decisionale delle istituzioni e la coesione politica necessaria a sostenere la difesa collettiva.
La questione decisiva non è quindi se la deterrenza convenzionale abbia perso rilevanza, ma se sia possibile mantenerne la credibilità senza integrarla con strumenti capaci di contrastare le vulnerabilità sfruttate nella zona grigia. Una postura militare superiore può dissuadere un’invasione, ma non garantisce da sola l’immunità da operazioni limitate concepite per dividere gli alleati, aumentare i costi della sicurezza o ridurre la fiducia nelle istituzioni.
Per la NATO e per i singoli Stati membri, la priorità consiste nel costruire una deterrenza nella quale capacità militare, intelligence, attribuzione, resilienza infrastrutturale e coesione politica si rafforzino reciprocamente. La credibilità della risposta deve essere accompagnata dalla capacità di ridurre l’efficacia dell’azione ostile, mentre la resilienza deve impedire che il danno iniziale si trasformi in un vantaggio strategico duraturo.
In questa prospettiva, la deterrenza ibrida non consiste nel promettere di rispondere a ogni minaccia con una forza maggiore, ma nel negare all’avversario la possibilità di convertire le vulnerabilità del sistema in un risultato politico o strategico. È questa la condizione imprescindibile per garantire che la deterrenza resti efficace anche nell’era della competizione permanente: trasformare la zona grigia da terreno di vulnerabilità asimmetrica a spazio di inefficacia strategica per qualsiasi potenziale aggressore.
Fonti
S. Murray – NATO commander unveils strategy to make any attack on alliance ‘utterly futile’ – Euronews; 12 ottobre 2026
A. Gray, J. Pawlak – NATO general sets out tough military response to any ‘foolish’ Russian attack – Reuters; 12 ottobre 2026
Securing Europe from the Eastern Flank to the High North. Strategy of the Nordic-Baltic-Polish Group – Warsaw Security Forum; ottobre 2026
NATO and Ukraine: Strategy, Deterrence, and Shaping – NATO Allied Commnad Transformation; 12 gennaio 2026
