L’intramontabile necessità del molibdeno

I modelli logistici JIT e JIC nell'approvvigionamento dei materiali critici

La storia insegna l’indissolubilità del rapporto tra materie prime e conflitti: se da un lato li scatenano dall’altro si rendono indispensabili per la loro condotta, una simbiosi distruttiva. Per combattere occorrono combustibili e metalli in quantità, di cui alcuni di uso corrente come l’acciaio, l’alluminio e il rame, altri molto meno noti ma non per questo meno strategici, come l’antimonio, di cui Pechino ha deciso la limitazione dell’export, il titanio1, la grafite, last but not least le Terre Rare, oltre a una serie di prodotti di sintesi necessari al confezionamento di cariche esplosive e propellenti.

Secondo il paradigma tucidideo, il conflitto ucraino ha determinato la corsa ad una ricostituzione degli arsenali atlantici tale da rianimare un tema a lungo accantonato in un Occidente ebbro di inconsistente stabilità cieca e relativa, e soprattutto inconsapevole di un accesso sempre più difficile ai materiali critici, simbolo dell’accentuata dipendenza dalla Cina.

È ormai lontano il XX secolo quando USA e GB dominavano le forniture di materie prime; oggi la scena risente di quadri geopolitici deteriorati, caratterizzati da un crescendo di situazioni allarmanti. Dati certi sul fabbisogno di materie prime per l‘industria bellica non sono ovviamente disponibili, ma qualche elemento è comunque desumibile a cominciare dal rame, necessario al rifornimento ucraino di munizioni per artiglieria pesante (proiettili da 155 mm standard NATO), un minerale richiesto peraltro per le esigenze dettate dal sostegno alle infrastrutture necessarie all’IA: ormai l’industria degli armamenti è prossima ad assorbire il 14% dell’offerta globale di rame raffinato, circa 4,22 milioni di tonnellate, contro il 10,5% (2,19 milioni di tonnellate) del 20212. Di fatto, finché c’è guerra c’è speranza per il business metallifero, posto che gli USA prima del 2022 producevano mensilmente circa 14.400 proiettili da 155mm, mentre oggi puntano a 70.000 – 100.0003. Anche l’UE4 si è impegnata a triplicare la capacità produttiva, finalizzata a superare i 2 milioni di unità annue5, benché gli obiettivi collidano con forti difficoltà di approvvigionamento riguardanti soprattutto gli esplosivi, così come segnalato dalla svedese Saab in merito alla nitrocellulosa (fulmicotone), derivata da fibre di cotone prodotte in Cina, ed al TNT, di cui occorrono 10 kg per ogni munizione da 155mm e che attualmente, in ambito NATO, è prodotto solo dalla polacca Nitro-Chem, che ne stocca circa 10mila tonnellate l’anno, insufficienti per le necessità correnti.

Oggi le forniture di TNT arrivano soprattutto da Cina e India6, che esportano anche in Russia.

A fronte del deterioramento di scenari geopolitici che hanno causato l’accendersi di dibattiti sulla necessità di tentare di correre ai ripari, UE e GB hanno evidenziato il mancato possesso di scorte strategiche di minerali critici, mentre negli USA c’è la National Defence Stockpile, istituita nel 1939; non a caso il Congressional Research Service americano nel 2023 ha evidenziato un’insufficienza di scorte strategiche di 88 materie prime per la difesa7, aggravatosi a 99 nel 2026; nel 2023 la NDS deteneva materiali critici per un valore di 912,3 milioni di USD, l’1,2% rispetto al 1962; ciò significa che, in caso di conflitto esteso, i metalli accantonati coprirebbero solo il 37,9% delle carenze operative ed il 7,5% di quelle civili, senza contare che la Cina, producendo almeno 20 materiali critici, si rivela un antagonista non di certo un fornitore.

Pechino ha un controllo pressoché totale dell’offerta di molte materie prime strategiche, tra queste diverse Terre Rare, anche se il Brasile8 è il produttore dominante del niobio, elemento aeronautico fondamentale ma assente tra le scorte della NDS9; oggi l’industria mineraria statunitense è di fatto ridimensionata e con una produzione praticamente nulla. L’UE importa tra il 75% ed il 100% della maggior parte dei metalli che consuma; né l’UE, né il Canada né la GB dispongono di scorte di minerali, tanto che, sia pur entro un quadro frammentato, asimmetrico e in contrazione, è la Russia a fornire alcuni metalli chiave per la difesa, tra cui alluminio, nichel, e titanio: un paradosso.

Il rischio dei canali di approvvigionamento dipende dalla loro concentrazione in pochi Paesi, dalla governance dei fornitori, dal contributo del riciclo e dalla dipendenza occidentale dalle importazioni. È da considerare il fatto che, se è vero che in Europa si propongono investimenti miliardari per la difesa, è però altrettanto vero che rimangono insoluti il problema degli approvvigionamenti e della costituzione di scorte, dipendenti da stoccaggio strategico e supply chain globalizzate tenute ad assicurare una sia pur limitata continuità produttiva10.

Il problema, probabilmente, risiede nella necessità che ciò avvenga con una sinergia gestionale pubblico-privato, posto che attualmente è sufficiente che un attore politico attui un embargo sull’export per bloccare direttamente la produzione di sistemi difensivi critici. È dunque insensato parlare di investimenti se non si dispone dell’efficienza degli approvvigionamenti. Non c’è dubbio che decenni di delocalizzazione di estrazione e lavorazione delle risorse minerarie hanno fatto sì che gli USA divenissero dipendenti da fonti esogene sia per i fattori produttivi manifatturieri, sia per i sistemi difensivi; la Cina, tra il ’90 ed il 2000 propostasi quale fornitore e trasformatore di materie prime a basso costo, ha adottato politiche mercantilistiche sfociate in volatilità commerciali ed in controversie presso la WTO.

La capacità della Defense Industrial Base di continuare a operare in uno scenario di crisi è scandita dai tempi di sopravvivenza e di ripristino; considerare il tempo di impatto politico insieme alle opportunità di disturbo cinesi induce a ritenere che il governo statunitense debba attuare politiche tali da ridurre i rischi legati alle supply chain. In questo ambito, non sono da sottovalutare le estrazioni sia dai fondali marini in acque internazionali, di cui va tuttavia stimato l’impatto ambientale specie nella ricchissima Zona Clarion-Clipperton nel nord-est dell’Oceano Pacifico, sia nello spazio dalla superficie lunare in particolare per l’isotopo non radioattivo elio-3: della serie: la fantascienza è qui.

Appare evidente come sia dunque fondamentale diversificare le fonti di approvvigionamento, potenziando le capacità produttive interne e investendo nella ricerca delle scelte sostenibili migliorando estrazione, riciclo e preservando le supply chain, tutti fattori valutati anche in ambito atlantico, dove è ben chiaro che qualunque interruzione degli approvvigionamenti può compromettere le capacità difensive dell’Alleanza.

La questione delle materie critiche è ormai passata dall’essere un tema economico-commerciale a priorità di sicurezza strategica e deterrenza. Le vulnerabilità principali sono tre: monopolio di potenziali avversaricapaci di imporre una sorta di coercizione economica; fragilità della base industriale difensiva; resistenza in scenari di crisi ad alta intensità; non a caso la NATO chiede agli Alleati di valutare la vulnerabilità delle proprie catene logistiche a shock esterni e a coercizione geopolitica, monitorando i choke points a monte della filiera produttiva.

Se è vero che l’attenzione sembra più volta alla riduzione degli impatti, è altrettanto innegabile che la Difesa rimarrà cruciale nella competizione alle materie prime critiche. La rapida ascesa economica ha fatto di Pechino un attore dominante in molti settori industriali, minerali critici compresi, cosa che, con la dipendenza americana, ha ricondotto il tema securitario ed economico al centro della questione inerente alle supply chain minerarie. Inevitabile che la Cina abbia cercato di mutare la potenza economica in leva strategica contro gli USA, specialmente alla luce dei dazi del Liberation Day, come è stata prevedibile la selezione operata dalla NATO in merito alle 12 materie prime di più immediata necessità, una lista operata sia in base alla valutazione delle loro caratteristiche sia sulla più o meno alta probabilità di interruzione dell’approvvigionamento11.

È un fatto: sia UE che USA, per ridurre la loro dipendenza, stanno cercando di sviluppare iniziative, anche se sembrano di portata ristretta specialmente in Europa12 e più incisiva negli USA, alla luce del Big Beautiful Bill e dell’Inflation Reduction Act del 2022. L’aspetto che non può essere trascurato riguarda le supply chain, mai come ora filiera industriale complessa, opaca e asimmetrica, stigmatizzata da tempi di risposta tecnica lunghi e da forte concentrazione geografica; tenendo conto che l’approvvigionamento di minerali critici, a differenza delle catene logistiche just-in-time13, risponde a dinamiche di sovranità economica e non a logiche di costo.

Al di là della necessità di neutralizzare il Chokepoint Denial, è proprio la tensione tra i modelli logistici del Just-in-Time e del Just-in-Case a definire sia la transizione in atto nelle catene globali del valore sia il riciclo delle materie prime critiche che agisce come elemento di raccordo e trasformazione strutturale tra le due concettualità14.

Nel comparto della Difesa l’interazione tra JIT, JIC e riciclo abbandona le logiche dell’ottimizzazione dei margini o della riduzione del capitale circolante per perseguire sopravvivenza operativa e prontezza al combattimento. Nel settore della difesa, il riciclo15 funge da moltiplicatore di riserve strategiche sovrane, ma deve sottostare a vincoli operativi unici quali il principio del Bottino Tecnologico e del recupero sul campo16, della segretezza, dell’evitamento del reverse engineering.

Di fatto, i problemi di approvvigionamento di minerali per la difesa non si evidenziano tanto per la loro scarsità, quanto per la struttura asimmetrica, monopolistica e vulnerabile di una supply chain caratterizzata da Weaponized Interdependence17e all’ombra della sindrome NIMBY18. A questo vanno aggiunti gli eventi centenari che comunque, non essendo più né così infrequenti né così secolari, tra pandemie, guerre e dazi, interrompono le chain quali unknown unknowns o altrimenti detti, cigni neri, a cui poter reagire ripristinando lo stato precedente oppure evolvendo verso una configurazione più ottimale.

In questo contesto, il riciclo delle materie prime critiche non è più una politica di sostenibilità ecologica, ma strumento di riequilibrio geopolitico e leva per la competitività industriale di un Occidente privo di risorse minerarie. In questo quadro trova spazio la logistica quale strumento primario di proiezione di potenza, di sovranità e di vulnerabilità sistemica, con i trasporti quali vettori geopolitici entro una struttura atta a ridefinire i rapporti di forza.

Dal punto di vista mercantile, l’analisi della filiera delle materie prime energetiche evidenzia la crisi dell’offerta, visto il mercato fortemente concentrato con strozzature strutturali di fornitura e con una sensibile inflazione sui costi unitari di produzione dei munizionamenti in genere. ​

La produzione di esplosivi avanzati, propellenti e cariche di lancio è retta da un oligopolio transatlantico19 ristretto a pochissimi fornitori qualificati. ​I dati per il quadriennio 2022–2026 evidenziano un’inflazione da shock di offerta che incide sui margini e sui contratti a prezzo fisso dei prime contractor della difesa a cui si associano forti impatti sui bilanci con aumenti esponenziali che non mostrano segni di inversione. La difformità tra la domanda indotta dai conflitti ad alta intensità e la rigidità dell’offerta ha generato vulnerabilità strategiche, per cui gli incrementi di capacità produttiva non produrranno effetti prima del 2032–2035 con un’inevitabile dilatazione dei tempi di consegna.

La filiera occidentale è dunque esposta a faglie logistiche ed il blocco di un singolo impianto paralizzerebbe la capacità di rimpiazzo delle scorte strategiche20. ​Il dominio marittimo torna centrale trasformandosi in spazio di flussi ormai inseparabile dalle reti digitali. Mentre la strategia della Domina sinica ricorda quella petrolifera adottata dagli USA durante la Guerra Fredda, quando fu incoraggiato lo sviluppo delle risorse mediorientali per conservare le riserve e rifornire l’Europa in caso di necessità, Washington continua a conservare peso finanziario accompagnato da una diplomazia aggressiva e da politiche che sfruttano il potere aziendale di trader e private equity.

Non c’è dubbio che Cina e Stati Uniti stiano spingendo su strategie gestionali che controllano le supply chain critiche, sostenute da forti investimenti pubblici, ponendo così delle sfide all’UE e ai paesi europei, che non hanno impegnato né finanziamenti né volontà. Emerge quindi come la disponibilità di materie prime critiche e precursori energetici non rappresenti più solo una variabile economico-commerciale, ma la condizione abilitante e fondamentale di deterrenza e prontezza operativa.

La presunzione dell’efficienza logistica del Just-in-Time, unitamente alla delocalizzazione delle capacità verso competitor strategici, ha generato una vulnerabilità sistemica tale da vanificare qualsiasi iniziativa di riarmo priva di sicurezza a monte delle filiere produttive, cosa che impone linee di indirizzo strategico consistenti nell’istituzione e finanziamento di una National Defense Stockpile21; nella costituzione di scorte fisiche protette22.

Da non sottovalutare la transizione dottrinale dal Just-in-Time al Just-in-Case23, dimensionando gli stoccaggi non sui consumi operativi di pace, ma sui coefficienti di attrito logistico dei conflitti ad alta intensità prolungati e traducendo gli obiettivi programmatici dallo stato di enunciazione a intervento vincolante. Importante tenere presente il riciclo quale moltiplicatore sovrano, associato alla Dottrina del recupero tattico e sicurezza tecnologica. Last but not least, una decisa governance della sicurezza marittima con il monitoraggio dei Choke Points ed il contrasto alla Weaponized Interdependence. Del resto, rimanendo nell’ambito minerario, il molibdeno e le sue liste, proprio a noi, in termini di importanza, qualcosa devono pur averla insegnata.

Note

1 la produzione di titanio è dominata dalla VSMPO-AVISMA Corporation a Verkhnyaya Salda, in Russia, e dalla China Titanium Corporation con sede a Pechino. Le sanzioni imposte alla Russia hanno avuto impatti rilevanti sulla produzione di titanio, evidenziando la vulnerabilità dell’Occidente a interruzioni nella catena di approvvigionamento. La concentrazione della produzione di titanio in queste due nazioni, rileva la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento per garantire la sicurezza nazionale e la capacità di difesa.

2 Simon Hunt Strategic Services; la maggior parte dei proiettili contiene rame, visto che sono rivestiti di ottone, una lega di rame e zinco. In ogni munizione da 155mm c’è mezzo chilo di rame e solo l’esercito ucraino ne spara fino a 7mila al giorno secondo EDA. Se si utilizzano cariche di lancio convenzionali con accenditori metallici, fondelli in ottone o nei sistemi navali/d’artiglieria che impiegano un bossolo d’ottone, il solo bossolo può pesare diversi chilogrammi, portando il rame complessivo per colpo sparato a oltre 3 – 5 kg.

3 General Dynamics Ordnance and Tactical Systems

4 Rheinmetall e Nexter Systems

5 Bruxelles ha destinato fondi specifici: 500 milioni di euro con il Act in Support of Ammunition Production (Asap), un miliardo e mezzo con lo European Defence Investment Program (Edip).

6 China North Industries Group Corporation (NORINCO), ACI – Advanced Chemical Industries Ltd.in India

7 Erano 53 nel 2021; gli USA stanno raggiungendo livelli che ricordano e oltrepassano quelli del 1941

8 Nel 2011 un consorzio cinese controllato dallo Stato ha acquisito una quota del 15% della Companhia Brasileira de Metalurgia e Mineração che possiede la più grande miniera di niobio che produce l’85% della fornitura mondiale. Nel 2016 la China Molybdenum Company ha acquisito il 100% della seconda miniera di niobio brasiliana, che realizza l’8% della produzione globale. Il niobio è presente anche nella miniera polimetallica di rame e oro di Pebble in Alaska, dove l’attuale Presidente scelse di lasciare nel terreno il metallo.

9 Sono cinesi anche le forniture di cobalto, usato nei motori dei caccia e nei missili di precisione, così come quelle di grafite naturale, che l’olandese The Hague Centre for Strategic Studies ha indicato come una delle due commodity più strategiche.

10 Il rafforzamento dell’autonomia europea può essere visto su tre assi strategici: riduzione della dipendenza dalle materie prime critiche primarie tramite l’uso circolare delle risorse; rafforzamento dell’approvvigionamento interno di materie prime; diversificazione dell’approvvigionamento dai paesi terzi.

11 Gennaio 2023 dal Hague Center for Strategic Studies dell’Aia. 3 gruppi di rischio: molto alto (alluminio e grafite); alto (berillio, titanio, cobalto, germanio e tungsteno); medio (gallio, manganese e litio)

12 In UE la riduzione della vulnerabilità per le 12 materie prime critiche per la difesa è parte della strategia del maggio 2024 col regolamento “Critical Raw Materials Act”. Per il totale delle materie prime, il regolamento fissa obiettivi per il 2030 di autonomia nell’estrazione (10% del consumo annuo dall’attuale 8%) e nella raffinazione (40% dal 24%);[8] inoltre, non più del 65% del consumo annuo di ogni materiale potrà provenire da un singolo Paese terzo. Le misure volte a raggiungere questi obiettivi sono però di natura puramente amministrativa Un recente documento della Corte dei conti europea muove varie critiche al programma

13 La dottrina del JIT, nata per contenere i bilanci tagliando magazzini e linee produttive ridondanti, nei conflitti ad alta intensità ha dimostrato la sua inapplicabilità. Vulnerabilità: asimmetria nei consumi rispetto al tempo di pace; anelasticità della produzione primaria; assenza di fornitori alternativi.

14 Just-in-Time: Modello orientato all’efficienza e all’eliminazione degli sprechi. Prevede scorte minime/nulle, forniture frequenti tarate sul fabbisogno immediato e dipendenza totale dall’affidabilità delle rotte commerciali e dei fornitori primari. Just-in-Case: modello orientato alla resistenza e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Prevede buffer ridondanti, accumulo di riserve strategiche, diversificazione dei fornitori e capacità di assorbire shock geopolitici o blocchi logistici prolungati.

15 Per Peter Lacy, Jessica Long e Wesley Spindler, l’economia circolare non è un esercizio di filantropia o conformità normativa, ma la più profonda riconfigurazione delle filiere industriali dalla prima rivoluzione industriale.

16 Battlefield Recovery

17 Concetto introdotto nel 2019 da Henry Farrell (Johns Hopkins University) e Abraham L. Newman (Georgetown University) che rovescia la visione liberale della globalizzazione: a lungo si è ritenuto che reti commerciali e finanziarie globali integrate favorissero la pace, poiché la dipendenza reciproca avrebbe reso i conflitti troppo costosi per tutti. Farrell e Newman dimostrano che le reti globali non sono simmetriche né decentralizzate, ma presentano una topologia gerarchica con nodi centrali (hub) e periferie. Lo Stato che vigila su questi snodi può trasformare l’interdipendenza in uno strumento coercitivo di potere, sorveglianza e sanzione.

18 Not in my Back Yard

19 Alto-esplosivi (TNT, RDX, HMX): Chemring Nobel (Norvegia), Eurenco (Francia/Svezia), BAE Systems (USA/UK) e Nitro-Chem (Polonia). Sono il nucleo chimico essenziale per il munizionamento convenzionale d’artiglieria (es. 155 mm), bombe d’aereo, testate missilistiche e corazzature reattive. Polveri metalliche / Alluminio atomizzato: Valimet (USA) e AMG Alpoco (Regno Unito); alluminio sferico/atomizzato ad altissima purezza, fondamentale come additivo ad alta densità termica per incrementare la velocità di detonazione, la pressione d’impulso e le prestazioni termobariche e propulsive. Ossidanti solidi (Perclorato d’Ammonio – AP): American Pacific (AMPAC) (USA).

20 Emerge la necessità di contratti pluriennali vincolanti con il passaggio da contratti spot o annuali a schemi di finanziamento anticipato pluriennale per garantire la capacità di un progetto di investimento tale da convincere gli istituti di credito a concedere un finanziamento a condizioni sostenibili.

21 Riserva strategica nazionale, ossia stoccaggio centralizzato gestito dallo Stato di minerali critici, precursori chimici e metalli essenziali per la base industriale della difesa; è giuridicamente e costituzionalmente consentita, ma richiederebbe una specifica legge istitutiva disciplinante risorse, vincoli e governance. La creazione di scorte statali non viola le norme comunitarie sul mercato interno o sugli aiuti di Stato, a patto di rispettare precisi canali giuridici. La costituzione di una NDS italiana non incontra ostacoli giuridici ostativi a livello costituzionale o europeo, ma dipende da un atto legislativo primario che ne definisca la dotazione finanziaria e il modello di governance logistica

22 Istituzione di una riserva strategica nazionale coordinata a livello UE/NATO dedicata ai materiali critici.

23 La transizione dottrinale dal Just-in-Time (JIT) al Just-in-Case (JIC) descrive il passaggio strategico da un modello logistico-operativo incentrato sull’efficienza economica a uno fondato sulla resilienza e sicurezza dell’approvvigionamento.

L’autore

Gino Lanzara

Ufficiale Superiore della Marina Militare Laureato in Scienze amministrative e gestionali, management e comunicazione d’impresa, scienze diplomatiche e strategiche. Master in epistemologia e didattica, corsi di specializzazione in geopolitica e sicurezza presso CeSI, Limes, SIOI. Giornalista pubblicista. Collaborazioni e pubblicazioni nel settore geopolitico con: Difesa online, Dissipatio, Sicurezza e giustizia, Geopolitica.info, Mediterranean insecurity, Geopolitica, Heartland, Giano, Opinio juris. Per Goware ha pubblicato “Guerra economica, quando l’economia diventa un’arma”.

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