La penetrazione della diplomazia israeliana nel teatro libico attraverso i contatti con la leadership di Bengasi, culminata negli incontri riservati tra Saddam Haftar — figlio ed erede politico del generale Khalifa Haftar — e i vertici di Tel Aviv con la decisiva mediazione di Abu Dhabi, costituisce un passaggio paradigmatico nella ristrutturazione geopolitica del Mediterraneo allargato.
Questo fenomeno non si configura come un evento isolato o episodico, bensì come il risultato maturo e ponderato di un preciso calcolo strategico volto a superare le tradizionali linee di frattura ideologiche del mondo arabo in favore di una rigida logica di realpolitik1. Dal punto di vista del potere di fatto stanziato nell’est e nel sud della Libia, facente capo all’Esercito Nazionale Libico (LNA), l’apertura e il mantenimento di un canale riservato con Israele risponde alla duplice necessità di stabilizzare la successione dinastica all’interno del clan Haftar e di assicurarsi un canale di influenza diretta presso le istituzioni politiche, i think tank e i servizi di intelligence statunitensi.
La figura di Saddam Haftar, progressivamente assurto al ruolo di comandante delle forze di terra e braccio politico del padre2, incarna una transizione verso una gestione pragmatica e spregiudicata delle relazioni estere, radicalmente slegata dalle storiche retoriche panarabe o antisioniste e orientata all’ottenimento dell’accreditamento internazionale necessario per governare la futura Libia. Per Israele, il dialogo con Bengasi3 rappresenta un’estensione naturale della logica profonda sottesa agli Accordi di Abramo, finalizzata a costruire una rete di partner funzionali lungo la sponda sud del Mediterraneo in grado di contenere la proiezione turca, monitorare i flussi transfrontalieri e spezzare il fronte di ostilità storica attraverso intese di sicurezza asimmetriche, informali e flessibili.
La genesi e il consolidamento di questo canale diplomatico ufficioso riflettono l’evoluzione delle strategie di sopravvivenza dei regimi e delle fazioni autocratiche nell’era post-Primavere Arabe, in cui la legittimità interna viene spesso subordinata alla capacita di integrarsi nelle reti di sicurezza internazionali. L’interesse della fazione di Bengasi per Tel Aviv nasce dall’osservazione dell’efficacia della diplomazia israeliana nel rimodellare la percezione pubblica dei leader arabi presso il Congresso americano. Per la Cirenaica, tradizionalmente dipendente dal supporto militare russo ed emiratino ma desiderosa di superare l’ostracismo diplomatico di parte del blocco occidentale, Israele rappresenta il ponte ideale per normalizzare la propria posizione con Washington senza dover concedere riforme democratiche interne.
Al contempo, il governo israeliano vede nella frammentazione dello Stato libico un’opportunità irripetibile per proiettare la propria influenza strategica nel Mediterraneo centrale, un’area storicamente preclusa alla sua operatività diretta. L’interazione con l’Esercito Nazionale Libico permette a Tel Aviv di inserirsi nelle dinamiche di potere nordafricane, posizionandosi come un attore capace di influenzare gli equilibri sia a est sia a ovest dell’Egitto, rafforzando così la propria profondità strategica marittima e terrestre.
L’architettura istituzionale e informativa su cui si poggia questo avvicinamento si fonda su una complessa interazione di fattori di intelligence, sicurezza marittima ed economia politica delle risorse energetiche e infrastrutturali.
Le analisi strategiche e le rilevazioni basate sul tracciamento dei vettori aerei d’affari tra Tel Aviv, Abu Dhabi e gli aeroporti cirenaici di Benina e Al-Khadim evidenziano come la cooperazione non formale si concentri prioritariamente sullo scambio di dati d’intelligence relativi ai movimenti dei gruppi armati transnazionali, sulla gestione dei confini meridionali della Libia e sul potenziale impiego di tecnologie di sorveglianza e cyber equipaggiamenti d’avanguardia.
In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti svolgono una funzione essenziale di garante istituzionale, piattaforma logistica e facilitatore finanziario, integrando le ambizioni dei Haftar all’interno di una visione regionale coerente con il contrasto alle forze legate all’Islam politico, storicamente sostenute dalla Turchia e dal Qatar a difesa dell’esecutivo di Tripoli.
La rivalità per l’egemonia marittima e per la delimitazione delle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo orientale spinge ulteriormente Israele a cercare interlocutori disposti a controbilanciare la presenza di Ankara4, la quale ha formalizzato la propria influenza in Tripolitania attraverso memorandum d’intesa di cooperazione militare e delimitazione marittima. Conseguentemente, l’interazione informale tra la dirigenza israeliana e la fazione di Bengasi si configura come un dispositivo di bilanciamento esterno destinato a neutralizzare i vantaggi tattici acquisiti dalle potenze concorrenti nell’ovest libico, riconfigurando la mappa dei rischi e delle opportunità lungo le direttrici del Canale di Suez e del Mediterraneo centrale.
L’integrazione di Bengasi nell’orbita di influenza indiretta degli Accordi di Abramo modifica sostanzialmente anche il valore geoeconomico della Libia nel contesto dei corridoi commerciali e logistici trans-regionali. La posizione geografica della Cirenaica e della Fezzan conferisce al clan Haftar il controllo strategico su tratte di transito fondamentali che collegano l’Africa subsahariana alle sponde dell’Europa meridionale.
Per l’intelligence e per le imprese di sicurezza israeliane, la collaborazione con l’LNA offre punti di osservazione privilegiati e capacità di monitoraggio in tempo reale sulle dinamiche che interessano il Sahel, il Sudan e il Mar Rosso, aree in cui la presenza di attori ostili a Tel Aviv o di milizie paramilitari è in costante aumento.
In cambio, l’LNA cerca di ottenere know-how tecnologico e sistemi avanzati per il controllo dei confini e delle infrastrutture critiche, quali i giacimenti petroliferi del bacino della Sirte e i terminali di esportazione marittima. Questa convergenza funzionale dimostra come le tradizionali categorie di alleanza statale siano state soppiantate da reti flessibili di cooperazione tra stati e attori sub-statali, legati non da trattati formali, ma da un’infrastruttura condivisa di interessi di sicurezza e sopravvivenza politica.
Conclusioni
L’analisi dell’interazione riservata tra Saddam Haftar e la dirigenza politica e d’intelligence israeliana rivela una trasformazione profonda, strutturale e irreversibile delle dinamiche di potere nel Nord Africa, dove la ricerca della sopravvivenza politica, della continuità di regime e del consolidamento interno prevale categoricamente sulle tradizionali lealtà identitarie e ideologiche.
Se da un lato tale convergenza offre alla dirigenza della Cirenaica un rilevante moltiplicatore d’influenza da spendere nei tavoli negoziali internazionali e nei canali informali con le cancellerie occidentali, dall’altro introduce elementi di estrema vulnerabilità sul piano della legittimità interna ed espone la leadership di Bengasi a gravi rischi di de-legittimazione.
La diffusione di notizie relative a questi contatti rischia infatti di amplificare la polarizzazione con le componenti politiche, religiose e sociali della Tripolitania e del sud, dove la percezione della causa palestinese rimane un fattore di mobilitazione popolare profondamente radicato e del tutto indisponibile a compromessi tattici o concessioni pragmatiche.
Ciononostante, la persistenza e l’intensificazione di questo canale ombra dimostrano come il futuro assetto istituzionale e territoriale della Libia sia ormai inestricabilmente legato a dinamiche di sicurezza transregionali che travalicano i confini nazionali, collocando definitivamente il paese al centro di una rete di alleanze fluide, multilivello e prive di ancoraggi ideologici tradizionali.
Nel lungo periodo, la sostenibilità di questo asse dipenderà dalla capacità del clan Haftar di formalizzare la propria egemonia senza provocare una frammentazione definitiva o un nuovo conflitto aperto all’interno dello Stato libico, nonché dalla capacità di Israele di convertire contatti tattici e transazionali in un’architettura di sicurezza stabile e riconosciuta nel più ampio scacchiere geopolitico mediorientale e mediterraneo. L’evoluzione di questa diplomazia sotterranea rimarrà uno degli indicatori più significativi per comprendere le future direttrici di ricomposizione del potere lungo la sponda meridionale del bacino mediterraneo.
Note
1 https://embassies.gov.il/dubai/en/the-consulate/bilateral-relations
2 https://www.agenzianova.com/news/fonti-nova-khalifa-haftar-affida-al-figlio-saddam-il-comando-dellenl-senza-scadenza
3 https://libyaobserver.ly/news/haftars-son-visits-israel-assistance-ahead-libya-elections
4 https://treaties.un.org/doc/Publication/UNTS/No%20Volume/56119/Part/I-56119-080000028056605a.pdf
