L’aviazione russa in quattro anni e mezzo di guerra non è mai riuscita a conquistare il controllo dello spazio aereo ucraino. I Su-34 che trasportano le bombe plananti restano di norma a chilometri dalla linea di contatto, nel tentativo di rimanere al riparo delle difese avversarie.
Il caso mette in discussione un assunto che la teoria del potere aereo considera acquisito da un secolo, ovvero che per ottenere effetti dall’aria occorra prima dominare l’aria. In Ucraina un’aviazione produce effetti continui, misurabili e in alcuni settori del fronte decisivi senza aver mai soddisfatto quella premessa. Questo articolo esamina il meccanismo che lo ha reso possibile e il suo corrispettivo sul lato opposto del fronte, dove anche l’Ucraina, partendo da dotazioni molto diverse, è arrivata a una soluzione analoga.
L’Ucraina, con una forza aerea molto inferiore, non ha cercato la superiorità ma ha puntato a negarla
all’avversario attraverso una difesa contraerea mobile e stratificata. La reazione ucraina ha certamente stupito, per certi versi, gli osservatori occidentali, che hanno ricondotto l’insuccesso russo a cause di miopia dottrinale. A questo si affianca la visione che il futuro della guerra aerea possa andare in direzione della ricerca della negazione del dominio avversario piuttosto che del controllo.
Entrambe le parti hanno quinsi accettato la negazione reciproca come condizione stabile e hanno cercato di aggirarla anziché superarla, spostando la competizione dalla conquista dello spazio aereo alla distanza da cui è possibile colpire.
